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La Battaglia di Gavinana PDF Stampa E-mail
L’Italia fin dall’inizio del 1500 è stata il campo di battaglia di Francesi e Spagnoli che si contendevano aspramente il controllo della penisola.
Con la pace di Noyon, del 1516, il ducato di Milano è assegnato alla Francia, mentre tutta l’Italia meridionale viene data alla Spagna.
A modificare questo equilibrio fu l’elezione di Carlo V ad imperatore del Sacro Romano Impero, da parte dei principi Tedeschi, che essendo già Re di Spagna, Austria, Paesi Bassi, Napoli e di Sicilia, con i suoi domini circondava praticamente tutta la Francia. Francesco I, re di Francia, sentendosi minacciato dichiara guerra a Carlo V nel 1521, guerra che fu combattuta sempre sul territorio italiano e si concluse con la sconfitta e la cattura di Francesco I a Pavia nel 1525; con la successiva pace di Madrid, la Spagna conferma la sua supremazia sull’Italia e Francesco I viene liberato sulla parola.

Francesco I non si dà per vinto e si mette a capo di una lega antispagnola, denominata Lega Santa, costituita dalla Francia, dal papa Clemente VII Medici, da Francesco II Sforza e da Genova.
L’esercito imperiale sconfigge quello della Lega Santa e occupa Milano; l’unico condottiero che cerca di sbarrare il passo all’esercito imperiale è Giovanni dalle Bande Nere, che però muore per le ferite riportate in battaglia contro i lanzichenecchi.
Nel 1527 l’esercito imperiale, composto in massima parte da Spagnoli e Tedeschi (lanzichenecchi), si riversa su Roma, che viene conquistata e saccheggiata per molti mesi.
Il Papa Clemente VII, riuscì a stento a salvarsi in castel Sant’Angelo.
A Firenze, alla notizia che il Papa (che era un Medici) è assediato in Castel Sant’angelo, prendono forza le fazioni contrarie ai Medici, che per la terza volta vengono cacciati da Firenze, riconquistando la libertà repubblicana.
Una volta sfuggito ai Lanzichenecchi, Papa Clemente VII cerca l’accordo con Carlo V e conclude con l’Imperatore un patto segreto, (accordo di Barcellona), con il quale il Papa riconosce la supremazia imperiale sull’Italia, in cambio dell’impegno di ripristinare la signoria dei Medici a Firenze e di restituire le terre perdute dallo Stato della Chiesa nel 1527.
Nel frattempo Carlo V, che aveva grossi problemi anche in Germania con la rivolta dei principi protestanti e con Martin Lutero, conclude la pace di Cambroi con Francesco I nel 1529.
Con questo trattato di pace la Francia rinuncia alle pretese su Napoli e Milano, in cambio di alcune garanzie, lasciando praticamente l’Italia sotto il dominio Spagnolo, abbandonando inoltre Venezia, Ferrara e Firenze, che erano state sue alleate contro l’Imperatore.
Carlo V rispettando l’accordo di Barcellona, conclude una pace mite con Venezia e Ferrara, cosa che non fu consentita a Firenze.
A Barcellona, Clemente VII aveva chiesto all’Imperatore in prestito l’esercito imperiale, per combattere la repubblica Fiorentina e far tornare i Medici a Firenze.
L’esercito imperiale comandato da Filiberto di Chalons, Principe D’orange, circondò Firenze il 14 Ottobre 1529, iniziando così l’assedio della città che durò 10 mesi.

LA BATTAGLIA
Il comando dei soldati addetti alla difesa della città fu affidato al perugino Malatesta Baglioni, mentre la difesa esterna fu affidata a Francesco Ferrucci.
Il Ferrucci riuscì a tenere in scacco le truppe imperiali, riuscendo ad inviare provviste alla città assediata sconfiggendo sempre le truppe imperiali; riconquistò inoltre le città di Volterra e di San Miniato che erano cadute nelle mani degli imperiali. 
Il Ferrucci dopo avere riconquistato Volterra, si diresse verso Pisa con l’intenzione di raccogliere soldi ed armati, per poi marciare verso Firenze, per attaccare l’esercito imperiale su due fronti e rompere l’assedio della città.
A causa di una ferita ricevuta durante la conquista di Volterra, Francesco Ferrucci si trattiene diversi giorni a Pisa e questo permise al nemico di riorganizzarsi e di tallonarlo da vicino con un discreto numero di armati, (5000 fanti e 500 cavalieri) al comando dei quali erano due mercenari, il Maramaldo e il Vitelli.
Contemporaneamente il Principe D’Orange, che sembra si fosse accordato segretamente con Malatesta Baglioni perché non uscisse da Firenze con le sue truppe, lasciava pochi armati ad assediare la città partendo alla volta di Pistoia con 3000 fanti e 1000 cavalieri.
Il Ferrucci partì da Pisa il primo di Agosto, con 3000 fanti, 500 cavalieri e un discreto numero di muli su cui erano stati caricati le provviste e 100 bocche da fuoco (falconetti); essendo la strada della pianura occupata dagli imperiali, si diresse verso Calamecca e quindi a San Marcello.
San Marcello, che era un castello di parte Panciatica e quindi favorevole ai Medici, non dette ospitalità al Ferrucci, il quale su consiglio di alcuni Pistoiesi di parte Cancelliera assalto il borgo e lo bruciò; dopo una breve sosta si diresse verso il castello di Gavinana, che sapeva essere di parte Cancelliera e che parteggiava quindi per Firenze.
Il primo scontro avvenne nel piano di Doccia, dove erano schierate le bande panciatiche provenienti da Pistoia, che furono sbaragliate, successivamente lo scontro si sposta nel borgo e nel castello, che fu più volte conquistato e perduto dai due schieramenti.
Durante questi assalti nella zona del Vecchieto vennero a contatto i cavalieri dei due eserciti.
I cavalieri Fiorentini anche se inferiori di numero, ebbero la meglio sia sulla cavalleria leggera, di cui facevano parte anche 400 cavalieri d’origine dalmata, (stradioti), sia sulla cavalleria pesante al cui comando c’era il Principe D’Orange.
Fu in questo momento della battaglia che il principe cadde colpito a morte da una palla di archibugio. Grande fu lo sgomento tra l’esercito imperiale, tanto che le sorti della battaglia sembrava volgessero a favore dei fiorentini, solo che in quel momento il Maramaldo, che nutriva un odio profondo contro il Ferrucci, riconquistò con un assalto disperato il borgo e con l’aiuto dei 1000 Lanzichenecchi che erano rimasti di riserva, attaccò di fianco e alla retroguardia l’esercito fiorentino, diviso così in due parti diminuì di forza.
Francesco Ferrucci si spostò quindi nella selva che si trovava ad est del borgo ed organizzò una disperata difesa, ma ripetutamente ferito fu catturato insieme agli ultimi soldati fiorentini; la zona dove avvenne l’ultimo scontro da allora è chiamata Selvareggi.

Il Ferruci fu condotto sulla piazza del paese, dove si trovava Fabrizio Maramaldo, che lo insultò e avvicinandosi impugnando il pugnale gli disse “ricordati del tamburino di Volterra” il Ferrucci rispose dicendo “vile tu uccidi un uomo morto” e il Maramaldo uccise in modo vile il Ferrucci.
Grazie alla schiacciante superiorità numerica degli imperiali, 9000 armati contro i 3500 del Ferrucci, questi avevano ottenuto la vittoria; fu una battaglia violentissima, al termine della quale furono contati 2500 morti, tra cui i due valorosi comandanti.
Il Principe D’Orange fu seppellito temporaneamente in quella che ora è chiamata Verginina di Mezzo, poi il corpo fu portato a Firenze, imbalsamato e quindi sepolto definitivamente in Francia.
Il corpo di Francesco Ferrucci non è mai stato ritrovato, molto probabilmente fu sepolto in una delle numerose fosse comuni che accolsero i corpi dei combattenti, anche se su una lapide, posta da Massimo D’Azelio sul muro esterno della chiesa, dice di avere visto il corpo del Ferruci in una fossa comune scoperta in occasione della costruzione dell’ambone della chiesa.
Con la morte del Ferrucci finisce l’ultima repubblica fiorentina, infatti, pochi giorni dopo la battaglia di Gavinana, Firenze si arrese ed i Medici poterono tornare a governare Firenze, eliminando nel giro di pochi anni tutte le persone più in vista della repubblica e distruggendo i castelli che avevano aiutato Firenze; tra cui Gavinana il cui castello fu distrutto nel 1537

NOTE E CURIOSITA'
Al Ferrucci, molto probabilmente fu fatale il tempo perso a Pisa e a San Marcello, infatti, se fosse riuscito ad entrare in tempo nel castello di Gavinana, che era un “castel grosso” ed aveva un cassero di 30 metri sul pianoro più alto del monte, avrebbe piazzato le sue bocche da fuoco sulle mura e il risultato sarebbe stato probabilmente diverso.
Questa fu una delle ultime battaglie dove fu presente la cavalleria pesante, generalmente formata dai nobili, in quanto con l’avvento delle prime armi da fuoco, la pesante armatura del cavallo e cavaliere divenne inutile.
Alcuni storici affermano che ad uccidere il Principe D’Orange siano state due archibugiate, di cui una sparata dagli imperiali, che temevano che il Principe, che oltre ad essere uomo di armi era anche un gran diplomatico, potesse condurre una trattativa onorevole con Firenze.
A significare quanto fu cruento lo scontro, narra la storia popolare, che nel rio che si trova in Selvareggi scorresse tanto sangue, che gli fu intimato di smettere di scorrere, tale rio oggi si chiama forrasecca.

Testo a cura di:
Fabrizio Morganti

 
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